Nova Historica
9 june 2019 09:30


8/06/452 d.C

Attila e i suoi eserciti invadono l’Italia. Accade dopo la battaglia dei Campi Catalaunici, detta anche battaglia di Chalôn, del 20 giugno 451, celebre per la sua ferocia e per aver arrestato, almeno temporaneamente, la furia di Attila e dei suoi Unni. La vittoria era andata alla coalizione guidata dai Romani, al cui comando vi era stato Flavio Ezio. Una vittoria importante, dal punto di vista morale e strategico ma tutt'altro che risolutiva: tante erano le diffidenze da parte romana nella propria coalizione, i timori erano legati alla fedeltà dei Visigoti e una sconfitta totale degli Unni avrebbe potuto accrescere in maniera preoccupante la loro forza, che poteva rivolgersi contro Roma. Attila, decide, l'anno dopo, di spostare le proprie brame, dalla Gallia all’Italia.

La prima città obiettivo degli Unni è Aquileia, città fortificata, fondata dai Romani nel lontano 180 a.C. e vero e propria roccaforte per gli uomini impegnati nella azioni militari in Pannonia, in Germania e in Illiria. Notevole la sua importanza strategica: controllarla vuol dire avere in mano gran parte dell'Italia Settentrionale e le sue vie di comunicazione. 3 mesi di assedio sono necessari per prendere Aquileia e, una volta raggiunto l’obiettivo, la città viene saccheggiata e distrutta senza pietà. La città di Aquileia è un vero e proprio bastione ma l’imperatore Valentiniano III la lascia sostanzialmente sguarnita considerando il nord ormai indifendibile agevolando in maniera tale il compito di Attila. Dopo Aquileia, è il turno di Altino, fiorente centro che si affaccia sulla laguna veneta e luogo di residenza di molti funzionari imperiali e di Concordia. Poi dell’antica “Iulia Concordia”, fondata, secondo l'ipotesi attualmente più accreditata, nel 42 a.C. presso l'incrocio della Via Annia con la Via Postumia. Successivamente, probabilmente in età medievale, il centro è chiamato solo Concordia, oggi Concordia Sagittaria. All'epoca è un centro urbano amato dai ricchi e nobili romani che vi amano trascorrere il loro “otium”. Anche l’antica “Patavium”, Padova, è in seguito saccheggiata e devastata dagli Unni.

Gli abitanti di tutte queste città venete prese di mira dalle scorribande di Attila, comprendendo in anticipo di essere obiettivo di Attila, fuggono e si rifugiano nella laguna veneta: da questi evento nascerà Venezia. Attila prosegue la sua marcia nella pianura Padana e arriva a Milano (l’antica “Mediolanum”): la conquista avviene senza problemi in quanto nessuna città tenta la resistenza, ma tutte aprono per paura le loro porte all'invasore. A Milano, il capo degli Unni si stabilisce per qualche tempo nel palazzo reale. Poi assedia Pavia (l’antica “Papia”) per tornare ad assestarsi sul fiume Mincio. La situazione sembra a questo punto precipitare. Valentiniano fugge da Ravenna a Roma mentre Ezio rimane sul campo, ma non dispone della forza sufficiente per dare battaglia al nemico, avendo a disposizione solo poche migliaia di uomini. Confida però di avere una buona strategia di attesa e spera nel logoramento del grande esercito unno: è infatti consapevole che Attila, necessitando di grandi quantità di approvvigionamento per il suo esercito, si sarebbe esposto a pericolose epidemie. Inoltre fa affidamento sulle manovre dell'esercito che Marciano sta convogliando sul Danubio per chiudere la ritirata agli Unni. Il timore è ora però che Attila volga il suo sguardo a Ravenna, e soprattutto a Roma. L’Urbe è una città in decadenza tanto che il potere negli uomini che la guidano all'interno delle sue mura, appartenenti alla vecchia nobiltà senatoriale, è solo l’ombra di ciò che fu, e l’idea di mandare un ambasciatore ad Attila per dissuaderlo dalle sue intenzioni di marciare sulla città appare come un tentativo senza molte speranze.

A prendersi il fardello di tale impresa è Papa Leone I. Attila si ferma dunque tra il Mincio e il Po, in una località tramandata col nome di "Ager Ambulejus"

, dove presso l’odierna Roncoferraro incontraun'ambasciata formata dal prefetto Trigezio, il console Avienno e Papa Leone I (leggenda narra che proprio il Papa abbia fermato Attila mostrandogli il crocifisso). Dopo l'incontro Attila torna indietro con le sue truppe senza pretese né sulla mano di Onoria, né sulle terre in precedenza reclamate. Il Papa, con il suo seguito, raggiunge Attila, lo ferma e l'Unno ascolta i suoi avvertimenti ed esortazioni desistendo dai suoi propositi. La tradizione legata alla Chiesa attribuisce al Papa i totali meriti per aver fermato l’avanzata degli Unni sull'Italia, consegnandola alla Storia più come un miracolo che come un evento di carattere diplomatico. Verosimilmente, come vari storici hanno supposto, è ipotizzabile che l'ambasciata portasse un'ingente quantità d'oro al sovrano unno e che lo abbia persuaso ad abbandonare la sua campagna, e questo sarebbe stato perfettamente in accordo con la linea politica generalmente seguita da Attila, cioè di chiedere un riscatto per evitare le incursioni unne nei territori minacciati. Oltre a ciò, anche altre sono le valutazioni che Attila deve valutare e che lo portano a rinunciare alla calata sulla penisola. Alcune non così importanti apparentemente, altre di notevole rilevanza strategica. In primo luogo la superstizione: Alarico era morto poco tempo dopo aver saccheggiato Roma nel 410 ed i cristiani attribuivano la sua dipartita alla punizione divina. Inoltre gli uomini di Attila tendevano ad alimentare questa leggenda della punizione divina in modo tale da premere per un rapido ritorno a casa e, allo scopo di non mettere più a rischio il ricco bottino sino ad allora conquistato e che da ormai mesi dovevano trasportare in giro per l’Europa e l’Italia.


Motivazione ben più incombente è quella poi strettamente militare. Il re degli Unni è consapevole dei pericoli che ancora può procurargli Ezio: se questi ricevesse l’appoggio rinnovato dei Goti, in caso di discesa a Roma di Attila, potrebbe chiudere una enorme trappola per l’esercito di quest’ultimo. L’Italia, in quanto penisola, termina al mare e gli Unni non possiedono una flotta per fuggire in caso di necessità. Non solo, da Costantinopoli, c’è il forte rischio che Marciano possa attaccare improvvisamente. E per ultimo, ma non per importanza, vi è anche il grave pericolo della peste. Questa sta affliggendo la pianura Padana, provocata anche dalla catastrofica carestia che ormai da un paio di anni sta subendo l’Italia. Gli uomini di Attila non trovano cibo e rifornimenti nelle città devastate dal morbo, e lo stesso Attila è sgomento nel vedere lungo le strade le innumerevoli vittime che la malattia sta causando. Gli Unni infatti mangiano vari tipi d’erba per sopperire, come loro abitudine nella steppa: cronache riferiscono lo stupore di chi scrive nel vedere come questi mangino “come le vacche ai bordi delle strade”. È probabile infatti che l’appellativo “Flagello di Dio” a cui si lega il famoso detto “dove passava Attila non cresce più l’erba” derivi proprio dal fatto che gli Unni si nutrissero senza problemi di radici e germogli: essi sradicano gli stessi dalla terra per nutrirsene, tanto che da questa in seguito non crescesse più nulla. Attila a quel punto si risposta in Pannonia (Ungheria) dove troverà la morte un anno dopo, il 16 marzo 453. Nel frattempo la proficua ambasciata del papa aumenta non solo in maniera esponenziale il prestigio personale del pontefice che sale alle stelle a danni di quello Valentiniano che crolla ancora più in basso, ma innalza profondamente la sacralità dell'autorità papale le cui gesta, come detto precedentemente, vengono messe sullo stesso piano ad un evento soprannaturale voluto dal Dio cristiano attraverso il suo vicario in terra. Prospero d'Aquitania nell'occasione dirà che il papa, aiutato da Pietro apostolo e Paolo di Tarso, aveva convinto Attila a girare al largo dalla città.

[cente

r][/center]

Author: Lord Wallenstein d Asburgo